Il divieto di pubblicazione e i limiti al diritto di cronaca nei casi di omicidio. Fonti normative e giurisprudenza. 1a parte.


Il divieto di pubblicare o diffondere atti e/o immagini inerenti un caso di cronaca è un tema di grande attualità, soprattutto in un epoca dominata da mezzi di informazione globale, su tutti Internet, e con l’ampia diffusione dei Social Network. L’enorme dispiego di tecnologia ha dato certamente al diritto soggettivo di informazione un impulso gigantesco che, se da un lato ha il pregio di rafforzare la divulgazione di informazioni a vantaggio dell’utente, dando maggiore garanzia e tutela al principio costituzionale di libera manifestazione del pensiero (art 21 Cost.Italiana), codificato anche nella Dichiarazione dei diritti Universali dell’uomo del 1948 (art.19), e ai diritti in esso ricompresi, come il diritto di critica, dall’altro si scontra necessariamente con tutta una serie di diritti della persona, coinvolta direttamente o indirettamente nei fatti di cronaca, come il diritto alla riservatezza, il diritto a un informazione che rispetti i principi fondamentali di libertà e dignità umana, o di quei diritti dell’utente, come il diritto a ricevere una informazione vera, continente e pertinente, (ecc.), e con quegli obblighi di legge che necessariamente ne discendono e che disciplinano la materia. Il diritto di cronaca e il conseguente diritto di pubblicare o diffondere atti, immagini, e di raccontare i fatti, potremmo dire, si inserisce allora in questo confine, estremamente sottile e spesso virtualmente non identificabile con precisione, tra la libertà di manifestazione del pensiero e i diritti della persona.

E tuttavia la materia è, diversamente dal comune intendere, particolarmente complessa e infida, proprio per l’eccezionale pluralità di fonti normative in gioco e di principi meritevoli di tutela, che spaziano dal diritto positivo al diritto naturale,  e che si contrappongono conservando in buona parte quello stesso dualismo che storicamente ne ha definito la genesi in epoca classica, con sfumature e confini così sottili che, si ha timore, non possano trovare una soluzione univoca generalmente accettata, proprio come nella più comune tradizione del dibattito Metafisico tra giusnaturalismo e positivismo giuridico. Non affronteremo dunque il problema sotto tutte le angolazioni possibili, normative e di giurisprudenza, perchè l’argomento meriterebbe un trattato a sè, che abbia cura di sottolineare in ogni momento ove termini il diritto di cronaca e dove inizi il diritto della persona o in altri termini, come si diceva, dove termini l’imposizione (o il limite) derivante dal diritto naturale dell’altro (spesso costituzionalmente e normativamente garantito) e cominci il diritto/dovere sorgente in virtù della disciplina dell’ordinamento positivo, ma ci limiteremo, per quanto a nostra conoscenza, all’esame delle fonti e della giurisprudenza limitatamente ai divieti di pubblicazione e ai limiti al diritto di cronaca di casi di omicidio. Quelli che qui interessano, e quelli per molti aspetti più complessi e spinosi da trattare.

Il diritto di cronaca  e il diritto di pubblicazione sono in effetti due facce della stessa medaglia. Il diritto di cronaca si può considerare come il fine e il diritto di pubblicazione come il mezzo, poichè è attraverso la pubblicità di un dato evento che si esercita il diritto di cronaca. Entrambi i diritti però discendono da un fondamentale diritto naturale e soggettivo, il diritto di manifestazione del pensiero, che in tutti gli ordinamenti giuridici, oggi riconosciuti, è sancito quale diritto costituzionalmente garantito e qualificato da piena libertà di esercizio. Ciò ovviamente non significa che chiunque possa dire o pubblicare quello che vuole. L’ordinamento Italiano ha inteso porre delle censure, diciamo per ora, alla manifestazione del pensiero (??), che non sono assimilabili alle censure di stampo fascista che tutti ricordano storicamente, finalizzate a limitare in modi e forme vessatorie e discriminatorie quella libertà di manifestazione del pensiero, ma che vengono poste invece alla base della tutela di altrettanti diritti, soggettivi e oggettivi, dei singoli terzi, coloro cioè che ricevono l’informazione sorgente dal diritto di cronaca, ma anche alla base della tutela di principi fondamentali del nostro ordinamento giuridico e in taluni casi anche di diritti così detti inalienabili dell’uomo, quindi di diritto naturale, che sottendono la realizzazione di interessi della collettività costituzionalmente garantiti e generalmente riconosciuti in ogni stato sociale. Come vedremo, non si tratta in realtà di censure alla libertà di manifestare il proprio pensiero, che resta sempre piena e intangibile, ma di censure poste alla modalità e alla forma della divulgazione del pensiero, sia che avvenga a mezzo stampa o attraverso altro mezzo, divulgando fatti o atti la cui pubblicità possa senz’altro ledere diritti altrui, parimenti garantiti dal nostro ordinamento, e si tratta in ogni caso di una censura circostanziata nei fatti e limitata nel tempo, non coinvolgendo mai il principio di libera manifestazione del pensiero.

In questo senso il più importante limite all’esercizio del diritto di cronaca, circa la divulgazione di fatti inerenti un reato penale, si deve fondamentalmente ricondurre, sotto l’aspetto delle fonti di diritto positivo, al limite imposto indirettamente dall’art. 114 del codice di procedura penale, in tema di “divieto di pubblicazione di atti e immagini coperti da segreto” (istruttorio n.d.r). Il primo comma del citato articolo recita:

É vietata la pubblicazione, anche parziale o per riassunto, con il mezzo della stampa o con altro mezzo di diffusione, degli atti coperti dal segreto o anche solo del loro contenuto.

In questa norma la censura appare, in certo senso, totale, trattandosi di diritto oggettivo, quanto alla diffusione di qualsivoglia informazione contenuta in atti coperti dal segreto istruttorio di cui al successivo art. 329 cpp. Parliamo di censura totale, perchè il disposto normativo sul segreto istruttorio abolisce il diritto di divulgazione di “atti di indagine” non solo a carico del privato cittadino, sia esso un professionista della carta stampata, un giornalista televisivo, o altro soggetto, ma anche a carico dello stesso Sostituto Procuratore della Repubblica titolare delle indagini, del magistrato nell’esercizio dell’azione penale, ovvero il Pubblico Ministero, e di qualsiasi altro magistrato o rappresentante di polizia giudiziaria, quindi a carico di chiunque. Recita infatti il primo comma dell’art. 329 cpp:

Gli atti d’indagine compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria sono coperti dal segreto fino a quando l’imputato non ne possa avere conoscenza e, comunque, non oltre la chiusura delle indagini preliminari.

La ratio di questa norma, ancora generale, è chiaramente legata sia ai generali e fondamentali principi di conservazione e integrità delle indagini che di garanzia dell’imputato. La norma quindi è volta a tutelare e garantire sia il corretto svolgimento delle indagini preliminari (ma per estensione analogica anche di singole indagini di polizia che non necessitino di autorizzazione dal GIP), evitando che la divulgazione di notizie inerenti l’attività investigativa possa recare pregiudizio all’attività del magistrato o della polizia giudiziaria, nella ricerca della verità, da parte di soggetti terzi rispetto a chi conduce l’indagine, tra i quali eventualmente anche lo stesso imputato, ma si rivolge anche, quale fondamentale garanzia di trasparenza ed equità, verso la tutela dello stesso imputato o indiziato di reato, la cui posizione potrebbe essere pregiudicata dalla pubblicità dei fatti o atti che lo riguardano, nonchè a garantirne il diritto di conoscenza degli atti che lo riguardano. Si tratta certamente di un imposizione che trae origine da un diritto naturale dell’imputato, ma che deve essere inserito nel lungo processo di riconoscimento dei diritti dell’uomo in norme di diritto positivo, almeno nella maggior parte dei paesi civili, che limitano altri diritti , ritenuti in subordine rispetto al primo, ma non li escludono, limitandosi a circoscriverne il margine di operatività, nello spazio e nel tempo. A tale scopo la portata del segreto istruttorio, e quindi anche del primo comma del 114, è limitata  fino al momento in cui gli atti vengono conosciuti dall’imputato (o dall’indiziato) e comunque non può essere protratta oltre il tempo successivo alla chiusura delle indagini preliminari, quindi dopo il rinvio a giudizio dell’imputato o l’archiviazione, in perfetta sintonia, come vedremo, con le successive disposizioni dell’art.114 cpp. L’art. 329 ammette tuttavia, entro certi limiti, ed in via eccezionale, la deroga all’art.114, 1°comma e, di fatto e di diritto, parziale deroga allo stesso 1° comma del 329, concedendo al solo Pubblico Ministero una doppia facoltà, entrambe subordinate alla ipotesi in cui tale pubblicazione risulti necessaria per il proseguimento delle indagini, da un lato di consentire la pubblicazione di alcuni atti o parte di essi, con decreto motivato, dall’altro di obbligare al segreto per alcuni atti, anche quando i presupposti di legge per il segreto siano cessati, se vi consenta l’imputato o se la conoscenza degli atti possa pregiudicare le indagini verso terzi, oltre alla facoltà di vietare la pubblicazione di singole notizie o atti specifici.

Art. 329, 2° comma -” Quando è necessario per la prosecuzione delle indagini, il pubblico ministero può, in deroga a quanto previsto dall’articolo 114, consentire, con decreto motivato, la pubblicazione di singoli atti o di parti di essi. In tal caso, gli atti pubblicati sono depositati presso la segreteria del pubblico ministero. 3° comma- Anche quando gli atti non sono più coperti dal segreto a norma del comma 1, il pubblico ministero, in caso di necessità per la prosecuzione delle indagini, può disporre con decreto motivato: a) l’obbligo del segreto per singoli atti, quando l’imputato lo consente o quando la conoscenza dell’atto può ostacolare le indagini riguardanti altre persone; b) il divieto di pubblicare il contenuto di singoli atti o notizie specifiche relative a determinate operazioni.”

Ancora una volta la norma attende al principio di conservazione e tutela delle indagini, e a quello di garanzia del diritto dell’imputato di conoscere gli atti che lo riguardano e di non subire pregiudizio dalla divulgazione degli stessi. A dimostrazione che si tratta di una norma sospensiva e/o circostanziale del diritto di informazione e non invece abolitiva, stà la previsione del potere dell’imputato di acconsentire alla deroga.

Si pone però a questo punto la necessità di distinguere tra il diritto di cronaca e il diritto di pubblicazione. Non solo perchè sono due distinte fasi del processo di divulgazione di notizie, che non necessariamente coesistono, ma anche perchè le fonti normative trattano in parte diversamente le due fattispecie. Il 2° comma del 114 stabilisce infatti che

“E’ vietata la pubblicazione, anche parziale, degli atti non più coperti dal segreto fino a che non siano concluse le indagini preliminari ovvero fino al termine dell’udienza preliminare.”

Ci si potrebbe porre il problema dell’utilità di aver, il legislatore, reso caduca la censura del segreto, quando venga disposto comunque il divieto di pubblicazione, anche se rispetto ai limiti temporali sanciti nelle altre norme esaminate ne viene introdotto un secondo che apparentemente allunga la “vacatio” del diritto di informazione fino alla conclusione dell’udienza preliminare. Limite che in realtà risponde all’esigenza di prevedere anche l’ipotesi alternativa all’archiviazione, e cioè che alla conclusione delle indagini preliminari il GUP, su richiesta del PM, provveda ad accogliere la richiesta di rinvio a giudizio. Non si tratta ovviamente di una norma ridondante, quella del secondo comma del 114, ma al contrario di una norma necessaria che risponde all’esigenza di distinguere nettamente tra il diritto di cronaca e il diritto di pubblicazione degli atti, allo scopo di mantenere intatta la pienezza del diritto di informazione e del diritto di cronaca, che si dà per assolta con la decadenza del segreto, e al contempo tutelare in modo ampio la libertà di pensiero e della sua manifestazione, non essendo mai coinvolto, in senso negativo, il diritto di critica. Ne discende, anche in questo disposto normativo, che il diritto di cronaca è libero da vincoli, potendo le notizie non più coperte da segreto essere sempre divulgate a mezzo stampa, media ecc, e limitando il divieto alla sola pubblicazione dell’atto, inteso come documento, relativo all’indagine, e/o dei fatti rilevanti per l’indagine contenuti nell’atto. In questa distinzione, tra momento di cronaca, che è per così dire il momento critico ed estimativo della notizia, e momento di pubblicazione, che è invece asettico e puramente divulgativo e documentale, che si sostanzia, in ultima analisi, il processo di diffusione di notizie di indagine. In questo senso si può dire senz’altro che, lato sensu, in realtà la “vacatio” del diritto di informazione non viene meno in nessun momento di questo processo divulgativo.

La medesima ratio legis, già esaminata, è sottesa all’enunciazione del terzo comma del 114 cpp:

Se si procede al dibattimento, non è consentita la pubblicazione, anche parziale, degli atti del fascicolo per il dibattimento, se non dopo la pronuncia della sentenza di primo grado, e di quelli del fascicolo del pubblico ministero , se non dopo la pronuncia della sentenza in grado di appello. E’ sempre consentita la pubblicazione degli atti utilizzati per le contestazioni.

Anche qui il legislatore, sulla scorta dello stesso ragionamento per cui si impone il segreto a tutela delle indagini e dell’imputato nel 1° e 2° comma, ha voluto imporre il silenzio anche nella fase più strettamente processuale del giudizio, dove il limite circostanziato alla conclusione del processo di primo grado risponde all’esigenza di tutela dei diritti dell’imputato e della formazione della prova in particolare (non a caso il legislatore usa qui lo specifico termine “dibattimento”, che è il momento di formazione della prova) e il limite della sentenza di appello, circa gli atti del fascicolo del dibattimento, risponde all’esigenza di posticipare la conoscenza specifica dei fatti e degli atti a un momento successivo alla conclusione del giudizio di merito, che come noto non entra in gioco dopo la sentenza di appello, essendo la corte di cassazione limitata al giudizio di legittimità sulla procedura e sulla tutela dei diritti delle parti. É di tutta evidenza che il legislatore ha considerato la divulgazione di notizie, a mezzo stampa in particolare, in stretta correlazione con il pericolo che il giudizio, qui inteso come opinione pubblica, sull’imputato possa coinvolgere il procedimento e ne possa quindi discriminare negativamente il corretto svolgimento di merito. E che la ratio sia anche questa è confermato dal successivo disposto del quarto comma:

É vietata la pubblicazione, anche parziale, degli atti del dibattimento celebrato a porte chiuse nei casi previsti dall’articolo 472 commi 1 e 2. In tali casi il giudice, sentite le parti, può disporre il divieto di pubblicazione anche degli atti o di parte degli atti utilizzati per le contestazioni. Il divieto di pubblicazione cessa comunque quando sono trascorsi i termini stabiliti dalla legge sugli archivi di Stato ovvero è trascorso il termine di dieci anni dalla sentenza irrevocabile e la pubblicazione è autorizzata dal ministro di grazia e giustizia.

Il quarto comma del 114 conferma l’intenzione del legislatore di rivolgersi in particolare al mezzo di diffusione delle notizie più incontrollato e incontrollabile, ovvero la stampa. Presupposto già implicito nella lettera della legge, ove si prevede il divieto di “pubblicare”, in luogo di “diffondere”, che ancora una volta ha la duplice funzione di conservare il diritto di opinione, di cronaca, di informazione, quali altrettante espressioni del più generale principio di libertà di manifestazione del pensiero, circostanziando il veto alla sola pubblicità di atti e notizie riservate, o inutili. Insomma, una norma di diritto positivo, come si diceva, che codifica altrettanti principi di diritto naturale. Viene però introdotto, al quarto comma del 114, un ulteriore elemento che obbliga ad anticipare in qualche modo la seconda parte della nostra analisi sulle fonti, dedicata ad alcuni dei principi codificati con la legge 47/1948 sulla diffusione a mezzo stampa e con la legge  69/1963 sulla professione giornalistica, quelli cioè in queste leggi relativi alla pubblicazione di immagini raccapriccianti o contrarie alla pubblica morale o al buon costume.

L’art. 472 cpp, cui fà riferimento il 114 al quarto comma, prevede infatti che il dibattimento possa essere ordinato a porte chiuse dal Giudice quando la pubblicità (del processo) possa nuocere al buoncostume [o nell’interesse dello Stato, in quest’ultimo caso su richiesta dell’autorità competente] (1° comma). Su richiesta dell’interessato, o d’ufficio in sua assenza, il giudice può inoltre disporre che il dibattimento proceda a porte chiuse al fine dell’assunzione di prove che possano causare pregiudizio alla riservatezza dei testimoni o alle parti private su fatti non che non costituiscono oggetto dell’imputazione. ( 2° comma).

Qui la norma codifica già uno dei principi cardine che regolano l’esercizio del diritto di cronaca e cioè il principio di “continenza dei fatti”. Vale a dire che la pubblicazione di fatti o di notizie  deve mirare a divulgare informazioni che siano pertinenti con l’oggetto di imputazione. E lo codifica in questo caso stricto sensu in quelle ipotesi in cui sia l’interessato, imputato o parte privata, a richiedere la tutela in previsione del pericolo che le informazioni che la stampa (o altri beninteso) possano divulgare possano essere non continenti con l’imputazione. Una norma che sempre più oggi viene violata dagli organi di stampa e dai media, e che non vede richiamo alcuno da parte della magistratura, e che sta mettendo a serio pregiudizio non solo la privacy delle parti ma anche lo stesso corretto svolgimento del dibattimento e quindi, in ultima analisi, del processo di formazione della prova ( vedi processi per i delitti Cesaroni, noto “di Via Poma”, Kercher, noto “di Perugia”, e recentemente il delitto di Yara Gambirasio, noto “di Brembate”). Si assiste sempre più spesso, da parte dei media e della stampa, ad una feroce pubblicità, quando non a una vera e propria indagine parallela, condotta alternativamente a quella della procura, su fatti privati dell’imputato o delle parti di un processo che poco sà di ricerca della verità e molto ricorda, spiace ripetersi e ripetere quanto da altri già detto, quella “Colonna infame” di Manzoni che evidentemente dopo 174 anni non ha ancora risvegliato un certo giornalismo a parlare dei fatti reali e non delle illazioni, delle suggestioni, delle teorie, o dei teoremi che non solo ledono il fondamentale diritto delle parti alla riservatezza, ma rischiano di poterne alterare il giudizio.

Secondo poi, la norma fissa uno degli inderogabili presupposti per l’ordinanza del giudice, e cioè quando la pubblicità del processo possa nuocere al buoncostume. Ora non è semplice definire sinteticamente il concetto di “buoncostume”, ed è certo che il giudice debba in ciò porsi il problema di tutelare una vasta gamma di interessi soggettivi e collettivi, all’uopo anche valutati sulla base di una specifica estensione analogica della norma a fatti e notizie che solo in senso lato possono nuocere alla pubblica morale o al buoncostume, ma che più specificamente riguardano la tutela dell’interesse particolare, del minore o della donna per esempio, nonchè in senso positivo a reati anche non specificamente previsti nel codice penale o che al contrario, in senso negativo, cioè di non ricomprenderli nell’ordinanza di cui trattasi, vi sono compresi come imposizione di un sistema di valori oggi residuale od obsoleto. Fatti, notizie, reati che in linea di principio andranno comunque valutati caso per caso. Richiamandoci però a quanto già previsto nel “Codice Rocco”, così come oggi modificato, si deve ritenere che per pubblicità che possa nuocere al buoncostume si debbano intendere certamente tutte, o quasi, quelle figure di reato elencate al Libro II, Titolo IX del codice penale, intitolato appunto “reati contro la moralità pubblica e il buoncostume” e allora, a titolo esemplificativo tra i più rilevanti: il reato di violenza carnale (519cp); il reato di atti di libidine violenti (521cp); il ratto a fine di matrimonio o di libidine (522,523cp), e tutti que i reati di ratto o tratta a fine di libidine, sfruttamento, istigazione, corruzione a fini di libidine o prostituzione ecc contro chiunque commessi, seppure con particolare attenzione e rilevanza dell’età minore della vittima e della donna. Si dovrebbe altresì ritenere che, sulla base degli stessi principi di tutela del 472cpp, e quindi di riflesso, per ciò che attiene alla nostra analisi, alla tutela prevista dal quarto comma del 114, si sarebbero dovuti ricomprendere nelle valutazioni del giudice ex 472 pure quegli specifici reati contro la persona che possano esporre, per loro natura o per le circostanze di fatto e di diritto, l’interessato a un pregiudizio della propria riservatezza, ivi intesa anche come sfera di intimità della persona, e ci riferiamo in particolare ai reati indicati agli art. 600 cp (riduzione in schiavitù), art 600bis (prostituzione minorile), art.600ter( pornofgrafia minorile), art. 601 (tratta di persone), art.602 ( acquisto e alienazione di schiavi), art.609 bis (violenza sessuale), art. 609quater (atti sessuali con minore), art.609 octies ( violenza sessuale di gruppo). La lettera del 472 subordina però, al quarto comma, la censura della pubblicazione di fatti inerenti questa serie di reati alla sola richiesta di parte, salvo che non sia minorenne, sottraendoli a una valutazione d’ufficio da parte del giudice, di modo che in questi casi il processo si svolge a porte aperte e pertanto non rientra nemmeno nella tutela ulteriore ex 114cpp, quarto comma. Per nostra parte siamo contrari a questa ultima previsione normativa (472 terzo comma bis), che appare eccessivamente remissiva, e limita, secondo la nostra opinione, in modo eccessivo il diritto delle parti a una maggiore tutela, quale quella obbligatoria, della propria riservatezza, già abbondamente vilipesa dall’uso sconsiderato di certe informazioni da parte della stampa e dei media. Il terzo comma bis del 472 infatti prevede da parte dell’interessato la richiesta, ma non anche l’obbligo del giudice di aderirvi, e pertanto il giudizio di merito sulla pericolosità delle notizie in gioco, anche in tale caso rimbalza in capo al convincimento del giudice.

Supplisce in parte a questa mancanza, il quinto comma del 114 cpp:

Se non si procede al dibattimento, il giudice, sentite le parti, può disporre il divieto di pubblicazione di atti o di parte di atti quando la pubblicazione di essi può offendere il buon costume o comportare la diffusione di notizie sulle quali la legge prescrive di mantenere il segreto nell’interesse dello Stato ovvero causare pregiudizio alla riservatezza dei testimoni o delle parti private. Si applica la disposizione dell’ultimo periodo del comma 4.

Il riferimento al 472 cpp, 1°, è evidente, ma la tutela è esposta solo fino al termine (eventuale) dell’udienza preliminare ma non è estesa anche al dibattimento.

Il sesto comma, invece, del 114 cpp riprende quanto si diceva circa la tutela di quei soggetti particolarmente esposti al c.d. danno di immagine, e comuque meritevoli di tutela speciale con specifico riferimento alla riservatezza.

E’ vietata la pubblicazione delle generalità e dell’immagine dei minorenni testimoni, persone offese o danneggiati dal reato fino a quando non sono divenuti maggiorenni. È altresì vietata la pubblicazione di elementi che anche indirettamente possano comunque portare alla identificazione dei suddetti minorenni (1). Il tribunale per i minorenni, nell’interesse esclusivo del minorenne, o il minorenne che ha compiuto i sedici anni, può consentire la pubblicazione.

Il sesto comma bis del 114cpp, pur richiamando gli interessi già tutelati per il minore e per gli altri, introducendoli ora specificamente per quel soggetto, imputato, colpito da provvedimenti, cautelari o definitivi, di arresto, è sotteso tuttavia ad un ulteriore tutela di un principio fondamentale di diritto naturale, oggi diritto inalienabile dell’uomo, vale a dire il rispetto della dignità umana:

E’ vietata la pubblicazione dell’immagine di persona privata della libertà personale ripresa mentre la stessa si trova sottoposta all’uso di manette ai polsi ovvero ad altro mezzo di coercizione fisica, salvo che la persona vi consenta.

Anche in questo caso il divieto resta pressochè regolarmente inatteso dalla stampa e dai media, come ancora in questi giorni è possibile facilmente verificare, attraverso la pubblicazione di immagini fotografiche e riprese televisive di quei soggetti tratti in stato di arresto (vedasi pure a danno di R.V., reo confesso dell’omicidio di una prostituta a Firenze nel maggio 2014 e a danno di M.G.B. sottoposto a fermo nel giugno 2014 per l’omicidio della minore Yara Gambirasio), i quali ritieniamo non debbano avere prestato consenso al cineoperatore, al giornalista o ad altra persona.

Come si è potuto notare, tra i reati richiamati direttamente dal 114, o estensibili alla tutela che ne discende “per relationem” attraverso il richiamo indiretto alle diverse fattispecie di reato, come nell’esempio del 472, non compare specificamente il reato di omicidio. Intendiamo ovviamente in ordine ai richiamati limiti ulteriori per causa oggettiva di offesa alla pubblica morale o al buoncostume, mentre per il resto rimane assoggettato ai disposti normativi già enunciati e a quello ulteriore e generale del 7° comma del 114 per il quale:

E’ sempre consentita la pubblicazione del contenuto di atti non coperti dal segreto.

Il reato di omicidio dunque, aggravato o non, non è previsto oggettivamente come reato che offende la morale o il buon costume, e perciò ogni valutazione in merito resta soggetta all’apprezzamento del giudice, il quale valuterà l’ordinanza ex 472, o l’applicabilità dei limiti ex 114, quarto e quinto comma, secondo il proprio convincimento in previsione della tutela degli interessi in gioco, tipici o non.

A questo punto si sono introdotti sufficienti elementi per richiamare gli ulteriori limiti al diritto di cronaca, specificamente introdotti con legge, che hanno inteso porre un limite nei casi di pubblicazione di materiale fotografico, video, o comunque di immagini che possano offendere la morale, il boncostume, la dignità umana. Si tratta di norme contenute in leggi speciali che disciplinano in modo specifico gli organi di stampa, i media e la professione giornalistica, ma sono ovviamente estensibili a chiunque violi il divieto di pubblicazione o diffusione di immagini c.d. “raccapriccianti”. Ci riferiamo come anticipato alla legge 47/1948 e alla legge 69/1963.

———-continua————-