Introduzione ai Disturbi della Personalità nella Criminologia.


Chi ha avuto la gentilezza, ma credo anche l’interesse, di leggere alcuni articoli di questo blog si sarà imbattuto, più o meno frequentemente, in alcuni riferimenti a termini propri della psichiatria e della psicologia, che in qualche caso e per qualcuno possono suonare ridondanti nel campo della cronaca giudiziaria e criminale. L’importanza degli studi psichiatrici e di psicologia applicati ai casi di violenza, omicidio, crimine non sono certo il primo a scoprirla, e l'”escalation” che negli ultimi decenni, in particolare negli anni recenti, queste materie hanno avuto la testimonia, forse non troppo esaustivamente soprattutto da chè il fenomeno ha assunto una rilevanza mediatica, che origina da un interesse ludico e morboso per l’investigazione poliziesca piuttosto che scientifico e psicoterapeutico ma, tutto sommato, ritengo in modo sufficientemente rappresentativo di un approccio a queste materie che almeno in certa parte ne riconosce il valore scientifico e pragmatico in un campo così delicato come la criminologia. E tuttavia, sebbene questo interesse non possa che fungere da stimolo a proseguire verso una maggiore e migliore comprensione delle dinamiche psicologiche e comportamentali di un individuo che compie azioni criminose, avverto personalmente la necessità di delineare, se non tutti, alcuni dei confini di queste scienze, delle categorie o definizioni nosografiche che in esse si delineano, e della portata e applicabilità che possono assumere nelle due direzioni, l’indagine psicologica “tout court” e la sua rilevanza quale strumento di investigazione forense.

Sia ben chiaro, è lontana da me l’idea di trattare un argomento, sì vasto e probante, in termini omnicomprensivi e, semmai qualcuno lo avesse pensato, ancor meno nella speranza di autodeterminarmi esperto in criminologia o psicopatologia forense. I miei studi di queste materie sono datati e approfonditi, ma pur sempre di carattere bibliografico e indirettamente esperienziale, e comunque non tali ancora da suggerirmi di sconfinare nella gratuita allegria di chi si è appaltato alle diverse professioni della criminologia senza averne titolo e spesso neppure comprenderne scolasticamente i principi.

Fuori di polemica, prima di addentrarmi nel terreno minato dei disturbi della personalità, sarà bene sgombrare il campo da un equivoco che piuttosto frequentemente, ho osservato, viene compiuto da parte dei più lontani alle tematiche e agli studi che stiamo trattando. Vale a dire comprendere la differenza tra disturbi Psicotici e disturbi Psicopatici. 

Sinteticamente si può dire che I disturbi Psicotici sono affezioni o condizioni che alterano le funzioni psico-cognitive della persona, e che quindi modificano la comprensione della realtà e il rapporto tra quel soggetto, il reale vissuto e l’immaginario di esso. L’alterazione delle funzioni cognitive della persona determina immancabilmente una condizione, temporanea o permanente, e/o totale o parziale, di “incapacità di intendere e volere”, quindi l’impossibilità per la persona di comprendere pienamente e totalmente il significato delle proprie percezioni e delle azioni che compie. Questa condizione pone, da un punto di vista giuridico e criminologico il problema della imputabilità delle azioni al reo, quindi di verificare se nel momento in cui viene commesso un crimine chi lo ha commesso fosse o meno in una condizione di alterazione o non delle proprie facoltà mentali, e quindi di piena comprensione del significato e delle conseguenze delle proprie azioni. Qualora un soggetto sia affetto da disturbi psicotici è senza dubbio non imputabile da un punto di vista giuridico, parzialmente o totalmente a seconda delle circostanze e della gravità del disturbo e dell’alterazione in atto. Parlo di affezioni o condizioni perchè un disturbo psicotico può essere causato sia da fattori fisio-traumatici, quindi danni cerebrali o malattie di vario genere, sia da fattori neurochimici e neurobiologici legati alla carenza o all’eccesso di sostanze neuromediatrici come ad esempio la dopamina nell’area della corteccia prefrontale del cervello, sia dall’uso o dall’astinenza di sostanze stupefacenti/alcool ecc che alterano le normali funzionalità cerebrali, oppure anche da fattori accelleranti o agevolanti come particolari condizioni o eventi di stress. Da un punto di vista eziologico il sorgere di questi disturbi è genericamente però multifattoriale, e si tende a non individuare, se non in termini di prevalenza, un unica causa che possa dar luogo al sorgere di questi disturbi. Si deve inoltre ritenere che possano esistere anche alcuni fattori a livello genetico, poichè alcuni disturbi psicotici hanno un insorgenza precoce o una iniziale sintomatologia che si presenta già in fase adolescenziale o pubescente, apparentemente non legata a nessun evento. Tra i Disturbi Psicotici rientrano la schizofrenia, nelle varie forme paranoicali o non, i disturbi bipolare, delirante e alcuni episodi o patologie di così detta depressione psicotica.

Non vi rientrano i disturbi della personalità, che vengono catalogati tra i Disturbi Psicopatici. Questi ultimi rappresentano una lunga elencazione di disturbi, di diversa e complessa origine e natura, con sintomatologie in alcuni casi molto o completamente diverse, in altri con tratti comuni, in altri ancora correlati ma con esiti e origini diverse o in parte diverse. Non li vedremo tutti, perchè non è possibile trattare argomenti così vasti e complessi in uno spazio necessariamente ridotto. Ma affronteremo soltanto quelli, per lo più legati al comportamento della persona e alla sua sfera sessuale, che hanno preminente rilevanza in criminologia e in ambito forense, posto che pressochè tutti i disturbi psicopatici possono avere tale rilevanza. Una definizione sintetica di psicopatia non è semplice. Perchè la psicopatia abbraccia una gamma a tal punto variegata e pressochè infinita di sintomi e disturbi, che non possono essere ricompresi, come stiamo tentando di fare, in una semplice definizione e, vedremo, con difficoltà anche in una elencazione nosografica, che pure esiste ed è di una certa utilità. La stessa definizione del singolo disturbo è complessa al punto da non poter, se non genericamente, essere riportata a sintesi. Anche da un punto di vista eziologico i disturbi psicopatici sono dominati da multifattorialità, forse anche di tipo neurochimico/biologico come pure sorgenti dalla vita di relazione. Si può dire genericamente, traendo spunto proprio dall’esegesi della parola, che la psicopatia è la sofferenza della psiche, quindi della mente. A differenza delle psicosi, che hanno a che fare con il processo cognitivo funzionale della mente da un punto di vista neurochimico, alterando cioè le funzionalità del cervello che regolano e formano la psiche, piuttosto che la psiche in sè,  le psicopatie hanno a che fare, in un certo qual modo, con la fase successiva, cioè le determinazioni di pensieri e azioni che seguono un processo cognitivo non significativamente alterato sotto l’aspetto funzionale. E quindi la personalità, il modo di relazionarsi con gli altri e con se stesso, e tutte quelle azioni che ne conseguono nella vita quotidiana.

Và detto che gli studi sulla psicopatologia sono tra i più controversi della scienza, ed ancora parecchio lontano dall’essere definiti completamente, non solo sotto l’aspetto eziologico, ma della stessa sintomatologia. Questo non tanto, o non solo, per un generale ritardo della scienza nel catalogare e definire, se non sinteticamente, queste patologie, principalmente dovuto in passato a una mediocre e scarsa considerazione e valutazione dei sintomi e della stessa branca scientifica, che per lungo tempo è stata osteggiata non solo ideologicamente, ma anche perchè i tratti caratteristici di ciascun disturbo non sono in realtà nè unici nè univocamente sintomatici ed anzi soggettivamente diversi, anche molto diversi, in dipendenza di numerose condizioni proprie di ciascun soggetto, dell’alveo familiare, del gruppo di appartenenza sociale, di alcuni fattori facilitanti e predisponenti di tipo genetico e/o fisio-traumatico e psicotraumatico, nonchè di carattere neuro-chimico e biologico. I disturbi di cui ci stiamo occupando, particolarmente quelli afferenti alla personalità e alla psicosessualità della persona, a un certo punto furono definiti, anche se non in modo univoco, Sociopatici, volendo con questo termine alquanto vago introdurre un nuovo, e per taluni prevalente, criterio eziologico slegato dai soli fattori biologici o genetici, quello appunto Sociologico, e riportare le cause del loro insorgere, ed i sintomi, nella sfera della vita di relazione, dei rapporti, dell’affettività, e appunto della sessualità, che crescono e si sviluppano peculiarmente secondo i diversi fattori dell’ambiente socio-culturale di appartenenza, dell’ambiente familiare, e dunque della “socìetas”. In realtà, e al di là di qualsiasi classificazione didattica, si può dire questo: i disturbi psicopatici possono dipendere da uno, più o tutti i fattori riconosciuti come lesivi o alteranti della personalità, dell’umore, dell’ansia e quindi della sessualità, dell’alimentazione, del pensiero.

E’ chiaro che nessuno dei sintomi presenti nei diversi disturbi psicopatici assume necessariamente una valenza patologica in senso stretto, anzi spesso si tratta di sintomi che si risolvono in alterazioni più o meno significative dei tratti del carattere o del temperamento, o in episodi che, quando non rappresentano i prodromi di future gravi sopravvenienze patologiche cronicizzande, si esauriscono in periodi di anche moderatamente intensa sofferenza psichica e psicodinamica, destinata però a regredire alla normalità, o a rappresentare semplicemente un tratto caratteristico della persona. Il disturbo assume questa valenza solo allorquando le disfunzioni diventano pervasive della personalità o delle singole componenti del temperamento e/o del carattere proprio di quella persona, alterando con continuità e significativamente pensieri e azioni. Proprio per questo l’insorgenza dei sintomi necessita di un analisi attenta e costante, che verifichi la continuità e la contemporaneità di più sintomi caratteristici del medesimo disturbo e la eventuale contiguità e/o complicità tra più sintomi e/o anche più disturbi, oltre ovviamente il grado di maggiore o minore acutezza degli stessi.

Volendo approntare una elencazione per tipologie dei diversi disturbi psicopatici, lungi dal voler essere completo ed esauriente, possiamo nominare tra quelli più importanti:

Disturbi dell’Ansia
› Disturbo di Panico
› Disturbo d’Ansia Generalizzato
› Fobia Sociale
› Disturbo Ossessivo-Compulsivo
› Ipocondria

 Disturbi dell’Umore
› Depressione
› Disturbo Bipolare

 Disturbi Dissociativi
› Amnesia dissociativa
› Fuga dissociativa
› Disturbo dissociativo dell’identità
› Disturbo di depersonalizzazione

  Disturbi dell’Alimentazione 

› Anoressia nervosa
› Bulimia nervosa

  Disturbi Sessuali

› Disturbi del desiderio: a) ipoattivo b) di avversione sessuale c) dell’eccitazione
› Parafilie: a) Masochismo b) Feticismo c) Voyeurismo d) Sadismo

  Disturbi della Personalità

› Disturbo evitante di personalità
› Disturbo dipendente di personalità
› Disturbo ossessivo-compulsivo di personalità
› Disturbo paranoide  di personalità
› Disturbo  schizotipico di personalità
› Disturbo schizoide di personalità
› Disturbo istrionico di personalità
› Disturbo narcisistico di personalità
› Disturbo borderline di personalità
› Disturbo antisociale di personalità

Noi ci occuperemo esclusivamente, o quasi, di queste ultime due categorie di disturbi,  quelli della sfera sessuale e quelli della personalità.

Ma in che modo questi disturbi possono avere rilevanza in Criminologia e in campo forense? Qui il discorso è ancora più spinoso perchè mentre appare chiara la rilevanza, specie in ambito giuridico, del concetto di imputabilità delle azioni al reo, e allora la distinzione tra un disturbo psicotico e psicopatico mostra tutto il suo valore pragmatico di discernere tra un soggetto capace o non di intendere e volere, con tutte le conseguenze che ne derivano sul piano penalistico in ordine alla colpevolezza e anche alla misura della pena, invece l’utilità dello studio di questi disturbi và via via scemando, nella considerazione generale della sua piena valenza, quando si tratta di valutarne l’applicabilità nel terreno dell’investigazione di polizia. La scienza psichiatrica ma soprattutto quella psicologica sono sempre state materie controverse, per quella loro naturale difficoltà di rendere immediatamente tangibile, tattile vorrei dire, ai più il loro reale valore scientifico nel momento in cui introducono concetti duri da masticare come la gratificazione e il bisogno pischico, ma anche gli stessi concetti di personalità, del carattere e del temperamento, che nel linguaggio comune hanno ormai erroneamente assunto un significato quasi sinonimo. E allora, senza voler scomodare proverbialmente gli antichi Greci e Latini, in qualche modo esiste una generale sottostima delle necessità e dei bisogni della mente, e correlativamente delle sue capacità di crescita, di sviluppo e di funzionalità, al pari del corpo e dei suoi organi. C’è insomma un certo scetticismo, che naturalmente si è insediato anche nelle aule dei tribunali e nei commissariati di Polizia e Carabinieri, che limita, quando non impedisce totalmente, il ricorso alla psicologia e alla psichiatria come scienze al pari della medicina (di cui la psichiatria è una branca), della fisica, della chimica, della balistica e via dicendo. Lo scopo non sarebbe ovviamente quello di speculare su tali materie al punto da convalidare l’idea che una perizia psichiatrica o un indagine psicologica possano costituire valida prova in tribunale in termini di colpa, vale a dire il concetto del così detto “delitto d’autore”, che ruota attorno al principio (come tale opinabile e discutibile) di “compatibilità dell’autore” di un crimine, per il quale i tratti caratteristici della personalità o peggio della condizione psicologica, sociale, addirittura economica di una persona dovrebbero rappresentare prova di colpevolezza.

In breve, al fine di supportare la conduzione di un investigazione di polizia, lo studio delle personalità, dei disturbi ad esse legate, e delle disfunzioni psichiche, psicologiche e psicosessuali di un soggetto può essere collegato all’evento criminis, ricavando dalle modalità complessive di esecuzione dello stesso quei significati che sottendono il soddisfacimento dei bisogni motivazionali e di gratificazione psichica e psicologica di una determinata personalità, alla quale statisticamente, scientificamente e secondo principi di logica deduttiva si possono poi correlare abitudini, comportamenti, luoghi, persone, fatti, atti, relazioni, che possono condurre a individuare il responsabile dell’evento criminoso, in qualità di sospetto o indiziato di reato, sul quale poi sarà compito degli altri metodi di indagine costruire il complessivo impianto accusatorio e le prove che ne discutano la colpevolezza.

Apparirà, questo metodo di indagine, per molti versi evanescente, astratto, privo di materiale riscontro nella realtà, proprio per quella sua necessità, rappresentata dal processo logico-deduttivo e/o statistico, in cui si sostanzia l’indagine stessa, che in qualche modo ne svilirebbe, per alcuni, il valore pratico e scientifico. Eppure, quanto a valore scientifico, inteso nel senso di certezza esperienziale, psicologia e psichiatria non sono da meno della fisica, della balistica, della chimica, ecc. Quanto invece al valore significativamente indiziante di cui si dovrebbe a torto rivestire un indagine psicologica, è semmai piuttosto curioso che un tale rilievo provenga per lo più dai cultori del sistema penalistico Italiano, così trincerato nella sua proverbiale economicità e pragmaticità in tema di certezza della prova e di formalismo giuridico, ove non solo l’indizio è ammesso come prova, seppur eccezionalmente( ma in Italia regolarmente) e dovendo possedere le necessarie qualità di precisione, gravità e concordanza (art.192 II comma cpp), ma la stessa prova regina dell’intero sistema giudiziario penalistico, almeno in Italia, è rappresentata proprio dalla “testimonianza”, cui il nostro codice di procedura penale dedica l’intera apertura e sostanziale conclusione del libro III sui mezzi di prova. E, a stare alle norme dei nostri codici, anche di un tipo di testimonianza del tutto peculiare, vieppiù rispetto a molti altri sistemi penalistici: quella che non ha granchè bisogno di puntuali riscontri “scientifici” per essere validata e costituire elemento di prova (come ad esempio accade in alcuni sistemi penali Statunitensi), essendo sufficiente la sua attendibilità in relazione agli altri elementi di prova. Altri elementi che a sua volta possono essere costituiti da sole testimonianze concordanti, ma anche da fatti o circostanze la cui veridicità da sola viene assunta in correlazione alla testimonianza come presupposto di attendibilità. In poche parole l’attendibilità di una testimonianza non viene rimessa ad un ampio criterio di concordanza in relazione ai fatti dimostrati, ma al solo presupposto che non possa essere smentita. Il paradosso è che  coloro che sostengono questo sistema “attendibile” e non “autentico” di valutazione della prova sono gli stessi che, un pò bisbeticamente, assumono l’indagine psicologica come astratta ed evanescente.

Detto ciò, e mi cheto dal furor di polemica, resta da sottolineare che ancor prima dell’ambito forense, seppure ad esso necessariamente collegata (ma non imparentata) viene la Criminologia in soccorso di queste tematiche psicologiche e della loro importanza in seno alle indagini giudiziarie. Non chè la criminologia si occupi esclusivamente dei disturbi della personalità e delle diverse problematiche legate a psicosi e psicopatologie, ma è anch’essa una scienza, e di gran lunga più affine all’indagine comportamentale che non quella forense. Per dire ancora di metafora, mentre la scienza forense , se così vogliamo chiamarla, si occupa del “chi” , la criminologia si occupa del “perchè” partendo dal “come”.

La criminologia è lo studio dell’evento criminoso e di tutte le sue componenti, non solo relative all”autore o agli autori, quindi il modus operandi, il movente, la motivazione, il mezzo lesivo se ne esiste uno, ecc, ma anche le componenti relative alle vittime, ai luoghi, ai tempi…e al fatto in sè, prescindendo dall’attribuibilità dello stesso a una o più persone, anche se quest’ultimo è lo scopo principale. Và da sè che

1) la criminologia ha bisogno degli studi psicoanalitici  e psicologici in tema di disturbi della personalità e degli studi comportamentali sulla persona

2) che la quantità di informazioni in possesso o ricavabili dagli studi criminologici può essere qualitativamente e quantitativamente superiore a quelli assumibili dalla semplice indagine di polizia giudiziaria o dalla scienza forense, non foss’altro perchè ricomprende tutte quelle proprie di queste ultime, e anche quelle da esse scartate per supposta inutilizzabilità intrinseca.

3 ) che  Criminologia, polizia giudiziaria e scientifica e apparato forense devono collaborare per l’unico fine comune, capire come (prima) e chi (dopo) attraverso il “perchè”, attraverso un metodo che sia unitario ma costruito attraverso la correlazione delle tre diverse competenze, e non attraverso l’accentramento in capo a un unico soggetto, il magistrato, come oggi accade.

Tutto ciò premesso possiamo passare a esaminare le varie problematiche psicologiche, psichiatriche e comportamentali applicate in criminologia. Cominciando, come anticipato, dai Disturbi di Personalità.

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